Della serie: atteggiamenti co-dipendenti

Mi rendo conto, alla metà del mattino, che quando dico "possano le persone che mi stanno a cuore essere libere da paura e da pericolo...", mi viene una domanda: perché mi stanno a cuore?

La risposta è: perché posso ottenere qualcosa da loro, o meglio, perché spero di poter ottenere qualcosa da loro: affetto, compagnia, amicizia (cos'è amicizia?) regali ecc... ecc... (telefonate, aiuto per sentirmi meno sola, per andare al cinema, per sopportare disagi che da sola mi pesano, per andare alle cene ecc.).

C'è uno schema mentale racchiuso da qualche parte dentro di me che mi fa vedere gli altri solo in termini di ciò che potrei ricevere. In realtà se ci penso bene, quando sto male non ho nemmeno il coraggio di ammetterlo (già è difficile che lo riconosca e lo ammetta a me stessa) o di telefonare a qualcuno per chiedere aiuto (per paura di essere ferita in un momento in cui mi sento vulnerabile? di non essere capita?).

Questo schema mentale sento che funziona come una catena: mi imprigiona e mi costringe a credere che se una persona non mi da quello che voglio (o che mi aspetto), non va bene per me e me ne allontano. Così resto chiusa nel circolo vizioso: solitudine - controllo - aspettative eccessive.

Tappare in qualche modo i "buchi" piuttosto che permettermi di sentire. A distanza di alcuni mesi dalla mia partecipazione ai gruppi del programma dei 12 passi, sento che qualche mattone di questo muro fatto di schemi rigidi (che magari quando l'ho costruito mi ha aiutato a sopravvivere) sta scricchiolando: il mal di stomaco mi avverte, quando non voglio sentirlo che qualcosa mi sta facendo male. Così sono costretta a chiedermi cos'è che mi fa male nelle mie relazioni, perché gli altri non sono come vorrei, e a volte mi rendo conto di quanto tempo e quante energie spreco a fare questo (cercare di far fare agli altri quello che mi sembra giusto) invece di cercare cosa mi stanno indicando di me le spine delle relazioni e vedere quanto io ho acconsentito a farmele mettere.

A volte scopro che è stata la pigrizia, l'abitudine a credere che se dico quello che penso davvero chissà che succede e tante altre cose.

A volte scopro che sono così profondamente radicate in me (come la paura di non essere all'altezza di una situazione, il senso di inferiorità ecc.) che non ce la faccio, da sola a lasciare andare.

Qualche volta però, da quando faccio il programma, ho avuto la fortuna (o la grazia, o la disperazione necessaria a farmi arrendere) di riuscire a chiedere aiuto al mio P.S. e davvero è accaduto quello che da sola non ero mai riuscita a fare per esempio dire che cosa mi faceva male e rifiutarlo.

Sono molto contenta di avere trovato questo programma: un conto è trovarsi in mezzo alle difficoltà senza sapere come uscirne, e un conto è sapere che ho a disposizione degli strumenti che (se li uso) mi aiutano a buttare giù i muri che non mi servono più e a costruire i ponti di cui ho bisogno.

 

P.S.: Quando alla riunione è stato detto che c'era la possibilità di contribuire a fare il giornalino inviando articoli, mi sono scritta l'appunto, ma dentro di me pensavo: un'altra cosa da fare!

Poi mi sono resa conto che per me esprimermi scrivendo è molto più facile che farlo a parole, che in realtà già da un po' di tempo avevo perso l'abitudine di scrivere per chiarirmi e buttare sulla carta un po' delle emozioni che mi sovraccaricavano, che da quando frequento i gruppi ho scoperto che questa cosa viene incoraggiata come strumento di aiuto per il recupero, e che quindi non dovevo fare niente di più di quello che stavo già facendo e che mi è così utile.

Dunque grazie per questa opportunità!

 

Co-dipendente Anonima