Lettera a mister Hyde

Ho ricevuto, grazie a Dio, una telefonata che mi ha distratto dalla mia tristezza.
Dopo aver parlato con la sponsorizzata delle sue questioni, mi sono sentita alleggerita di un poco dalle emozioni in circolo.
Avevo già messo nel mio “vaso della posta a Dio” il mio affidamento, e mi stavo chiedendo perché amavo tanto stare attaccata a questo sentimento.
Di quale sentimento parlo?
Parlo della rabbia della necessità di rendere consapevole l’altro del mio disagio quando vengo attaccata, del mio bisogno di essere ascoltata e non giudicata per le mie scelte, del mio bisogno di determinare il diritto di “essere” come sono, della necessità di determinare il diritto dei miei pensieri, delle mie riflessioni in quanto meritevoli come quelli altrui. La parola essere crea sicuramente fraintendimenti, mentre la parola comportamento è meno causa di equivoci.
Il comportamento riguarda un fatto esteriore, seppur dettato da uno stato o da una riflessione interiore. E’ quindi un’azione concreta che io compio con un atto volontario, o meno, a seconda dei casi, ed è visibile, almeno nella maggior parte delle situazioni.
Mentre con il termine essere si può intendere:
• uno stato emotivo interiore

• l’esistenza in sé in quanto persona o creatura

• l’insieme di realtà, pensieri, parole ed opere che mi appartengono
Alla domanda: “Chi sono io?” è ormai ovvio per la sottoscritta non trovare una risposta definitiva e, a questo punto, non mi interessa tanto. Il perché sta nel fatto che cerco di apprezzare la vita per come mi si presenta ogni giorno, non la voglio cambiare quando non mi è possibile cambiarla. Questa grande accettazione comunque non impedisce alla bambina ferita di continuare a soffrire e cercare di condizionare con la sua sofferenza la mia vita. Dico “cercare di condizionare”, ma in realtà quando prendo contatto con me stessa e lascio al mio inconscio lo spazio per venire a galla, mi do l’opportunità di non essere in balia di quella bambina ma di tranquillizzarla, invece, ricordandole che oggi non è più sola come allora e che ha modi e strumenti per difendersi e per affrontare con coraggio quella situazione. Questa è una scoperta recente, che risale al giugno del 2007. Ringrazio l’esperienza dolorosa che mi ha permesso di far venire a galla tutto questo.
Preso atto di questo, ogni giorno sono impegnata in un monitoraggio delle mie motivazioni e dei miei motori interni, cervelli che vogliono pilotare in automatico i miei comportamenti. Non mi toglie la spontaneità questo scandaglio costante, anzi mi consente di non cadere nelle trappole mortifere che il pilota mal “programmato” cerca di inserire nel mio cammino.
A volte sono esausta, avrei voglia di buttare tutto all’aria, di dire agli “altri” quanto sono stronzi, che vadano farsi fottere, che voglio la mia libertà, che mi lascino in pace, che si facciano gli affari loro, eccetera eccetera. E allora qualche volta lo faccio, ma poi mi rendo conto che nulla cambia, la sostanza delle cose rimane sempre la stessa: tutto dipende da come voglio vivere quella situazione.
Ciò che fa la differenza è non dare potere a tutto questo. Non dare potere agli eventi, alle persone e alle cose di distrarmi dal mio monitoraggio e perseguire il progresso verso l’equilibrio e la serenità, nonostante tutto e tutti.
Riuscirò mai ad ascoltare le cattiverie del mio compagno senza più sentire quella ferita lancinante dentro di me, senza pensare di mandarlo a quel paese, sentendo solo compassione e amore?
So che ognuno sente e prova le stesse cose da Nord a Sud del pianeta, da Ovest ad Est, e allora ciò che sento io lo senti anche tu e voglio poter provare per te ciò che provo per me.
Ogni giorno ci provo, perché ogni giorno mi trovo su una barca, simile alla tua, con quel pilota automatico programmato “difettoso” e con una bambina al timone. Sembra un’anomalia ma, nei fatti, le barchette in questo oceano senza orizzonti non più grandi di atolli, sono tutte uguali con il medesimo equipaggio, anche se da fuori cambiano i colori, le dimensioni e i decori. E allora Signore, aiutami a comprendere, consolare, amare, perché insieme è più facile che da soli.
Questo signor Hyde che vorrebbe avere la meglio sul dottor Jekyll!
Sempre la vecchia storia.
Come può esserci il bene se non esiste il male? La convivenza in una sorta di equilibrio tra i due mi sembra il modo migliore per me di vivere la mia vita.
Gli Uomini continuano a porsi sempre le stesse domande.
Grazie.

 

Anonima - Rimini