Un viaggio nel recupero

Ricordo ancora il buio, il gelo, il ghiaccio della sera in cui mio marito se ne andò di casa mentre ero al lavoro. Ricordo la stanza grigia della guardia medica dove mi portò quella sera stessa una mia amica. Le parole del medico mentre mi porgeva un bicchierino di plastica con delle gocce di calmante. "E' solo una separazione. Sono cose che succedono ogni giorno. Starà bene". Vedevo che muoveva le labbra ma quello che stava dicendo non aveva alcun  senso.  Nessuno  poteva capire come mi sentivo. Dopo nove anni di vita insieme credo che un certo shock fosse lecito e normale. Ma il mio malessere era cominciato molto tempo prima. Sono venuta a conoscenza dei problemi causati dalla dipendenza affettiva per la prima volta in un modo piuttosto classico: tramite il libro "Donne che amano troppo" di Robin Norwood.
La prima reazione non è stata delle migliori, dopo poche decine di pagine volevo scaraventarlo dalla finestra e bruciarlo. Lo accantonai per un anno, finché decisi di leggerlo dall'inizio alla fine e mi riconobbi in ogni singola pagina. Ritrovai la mia storia familiare e gli schemi di comportamento distruttivo che ne erano derivati e che avevo continuato a mettere in atto nei confronti di me stessa e degli altri. Ma non mi informai della presenza o meno di un gruppo di supporto sul territorio, lo feci un anno dopo che mio marito se n'era andato di casa, quando ormai eravamo invischiati in un meccanismo fatto di ossessione, tormenti e inseguimenti. Non mi vergogno ad ammettere che sono arrivata ad umiliarmi, a perdere la dignità e soprattutto me stessa. Mi è stato detto che la prima sera al gruppo avevo gli occhi sfuggenti di una volpe spaventata.
Durante i primi mesi di partecipazione alle riunioni il mio scopo rimaneva quello di voler salvare il matrimonio. Il concetto del benessere personale era ancora molto lontano per me. Non concepivo la mia vita senza mio marito, sentivo che senza di lui avrei perso la voglia di vivere e la mia stessa identità. Fu a quel punto che il mio ex decise di farmi un regalo che segnò la mia discesa all’inferno: mi disse che non voleva più vedermi né sentirmi, che era meglio che ognuno continuasse per la propria strada. Mio padre nel  frattempo si era ammalato di cancro e stava morendo, io avevo perso 10 kg e apparentemente la mia unica ragione di vita. La disperazione mi portò a camminare accanto ai binari del treno.
Però l'istinto di sopravvivenza prevalse e sentivo ancora quella vocina che diceva che potevo sistemare le cose, che potevo controllare la situazione e fare in modo che le cose andassero secondo i miei desideri. Continuai a frequentare il gruppo. Le parole del Programma: "Potere Superiore, lasciare andare, abbiamo preso la decisione di, nessuna infelicità è tanto grande da non poter essere alleviata" erano ancora per me prive di significato. Ma stavolta presi in mano carta e penna e cominciai a lavorare più attivamente sul Programma dei Dodici Passi. Ci sono stati momenti in cui ho odiato il gruppo e il Programma perché non potevo più tornare indietro al mio solito modo di pensare.
A volte è irritante non riuscire più a raccontarsela, a cercare il perché dietro le scelte e le motivazioni. E a volte è facile giudicare gli altri quando sentiamo che se la stanno raccontando spudoratamente.
Di fondo però le indicazioni del programma si stanno trasformando in un nuovo stile di vita che mi porta benessere, soddisfazione nelle mie azioni, per quanto piccole siano, e a riconoscere le mie capacità. (Oggi cerco di  vedere qual è la mia parte negli avvenimenti e di non continuare a dare la colpa agli altri per tutti i miei guai. Passati presenti e futuri.) Ultimamente ho riflettuto molto sulla frase "abbiamo preso la decisione di...", che si trova nel Terzo Passo.
Non avevo capito che se la motivazione non è seguita dall'azione è solo un pensiero. Credevo di essere una persona che cambia idea spesso, ma di fatto non era così perché non prendevo la decisione di agire né in un verso né in un altro. In quest'ultimo anno e mezzo sono riuscita a stare vicino a mio padre nei suoi ultimi mesi di vita, a sperimentare la dolcezza del perdono ricevuto e donato, a capire che a suo modo mi amava moltissimo, a salutarlo con amore. Sono riuscita a recuperare il peso che negli anni avevo perso (8 kg finora) e ad affrontare con dignità il tribunale per la separazione legale da mio marito. Ho continuato a fare il lavoro che ho scelto e che mi piace anche se non guadagno molto, a cercare più attivamente il contatto con gli altri, a scoprire cosa mi piace fare, a trovare il piacere anche nella solitudine. Con l'aiuto del mio sponsor finalmente sto cercando di costruire  un rapporto con mia madre che sia sano, soddisfacente e amorevole per entrambe perché le voglio bene. Lo sponsor mi è stato vicino fin dall'inizio del percorso ed è entrato a far parte della mia vita e dei miei affetti. Ha avuto ed ha una pazienza da Buddha. Mi sta davvero aiutando a crescere e a diventare adulta. Parliamo di tante cose insieme, non sempre ci troviamo d'accordo ma mi sento comunque accettata e benvoluta per quello che sono.
Ma il mio recupero è passato anche attraverso l'Ikea. Ho arredato l'appartamento che condividevo con il mio ex secondo il mio gusto personale, che nemmeno sapevo di avere. E ho svuotato ogni armadio, cassetto, mensola, ripiano della casa. Penso sia vero quello che dicono sull'ordine esteriore e sull'eliminare quello che è vecchio e che non serve più. Crea spazio per l'ordine interiore e per il nuovo. Dopo aver montato l'ultima cassettiera Ikea mi son detta: "Ok, e adesso?". Una mia amica mi ha fatto notare che la cassettiera nemmeno mi serviva e che sarebbe rimasta vuota. Dopo qualche settimana ho incontrato un uomo che per la prima volta in 37 anni mi ha fatto sentire cosa vuol dire essere amata proprio perché sono io. E' un uomo che ha quasi sempre il viso illuminato  da un bel sorriso e mi fa sentire la sua presenza amorevole. Ho imparato che quando un uomo è interessato a te lo fa capire in mille modi senza che ci siano fraintendimenti in merito. Confrontarmi con una relazione nuova è stato veramente difficile, visto che era stata una relazione a farmi  piombare  nel baratro. La paura e la voglia di scappare erano grandi, ma la curiosità e la voglia di scoprire cosa fosse una relazione sana erano maggiori. Non ci sono drammi né inseguimenti unilaterali, né forti emozioni adrenaliniche, ma c'è un grande benessere, serenità e tranquillità: il piacere dello stare  insieme, della condivisione e il voler costruire qualcosa insieme. Sto imparando il significato di un amore che si è fatto reciproco. E non credo più al caso. Le circostanze giuste non arrivano aspettandole, bisogna agire per crearle, per attirare qualcosa di diverso nella propria vita. E per la mia esperienza è a quel punto che il destino o la vita ci danno una mano. E' questo il mio modo oggi di credere a un Potere Superiore, che adesso per me è la forza stessa della vita alla quale voglio provare ad affidarmi. Ma se per alcune cose posso agire, se posso cercare di realizzare dei progetti e dei desideri, c'è tutta una serie di avvenimenti che rimarrà sempre al di fuori del mio controllo, dai quali non potrò mettermi al riparo. Sono tutti quegli "e se.." che terrorizzano e paralizzano. Oggi posso però decidere di pensarci e di occuparmene solo se e quando quegli avvenimenti si verificheranno, con  la fiducia che in quel momento saprò trovare le risorse per affrontarli e  saprò chiedere  l'aiuto giusto.

 

Anonima